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Caffè in capsula, il documento definitivo: quello che non sapete (e dovete sapere)

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Caffè in capsula, il documento definitivo: quello che non sapete (e dovete sapere)

Il business del caffè sta cambiando fisionomia. Dopo oltre settant’anni di dominio incontrastato, la Moka perde terreno sempre più velocemente. A insidiare il primato della geniale macchina inventata nel 1933 da Luigi De Ponti e Alfonso Bialetti è il caffè in capsule. I numeri del mercato sono discordanti ma secondo la Nielsen, vera Bibbia dei consumi, il valore della tazzina tradizionale cala al ritmo dell’ 1,5% l’ anno mentre quello delle capsule cresce di otre il 17%.

Questa fetta di mercato è molto segmentata: dopo aver percepito il profumo dei soldi un po’ tutte le marche vi si sono buttate a capofitto. Tra i brand più diffusi ho analizzato i principali: le magnifiche sette dell’ espresso in capsula.

Una volta tanto il confronto sul prezzo di vendita è poco indicativo. Il costo della tazzina varia dai 35 centesimi del caffè Vergnano ai 37 di Lavazza, Kimbo, Nespresso, Dolce Gusto, Bialetti. Passando per i 36 di Pellini. Un allineamento che francamente, da assiduo frequentatore dei banconi di supermercato, non mi aspettavo. Vale la pena di sottolineare la differenza abissale di costo rispetto alla tazzina della tradizionale Moka che di centesimi ne costa appena 10.

Ho classificato i sette prodotto presi in esame in base a sei fattori, tutti rilevabili dalla lettura dell’ etichetta. Il confronto, infatti, non si basa sulle qualità organolettiche del caffè, quanto su quello che si può leggere o non leggere sulla confezione. Ecco i criteri in base ai quali ho condotto la valutazione: leggibilità dell’ etichetta, racconto del prodotto, indicazione dello stabilimento di produzione, possibilità di interloquire col produttore (sito web, email e numero verde), indicazioni per lo smaltimento dell’ imballo, compostabili-tà delle capsule.

Il risultato è quello che potete vedere nella tabella in testa alla pagina. La marca che spiega di più il prodotto e inserisce il maggior numero di informazioni sulla confezione, incluse quelle sullo smaltimento e sulla compostabilità della capsula è Vergnano che si classifica prima assoluta davanti al caffè in capsula di Lavazza (A modo mio) e di Kimbo (Uno System, tecnologia che condivide con Illy). Ultimi i due brand del colosso svizzero Nestlé: Nespresso e Dolce Gusto. Il caffè più politically correct e più famoso al mondo grazie al testimonial d’ eccezione George Clooney, si merita un punteggio basso perché ha un’ etichetta molto bella ma nel complesso poco leggibile e che racconta il minimo indispensabile. Peggio fa Dolce Gusto: per leggere le indicazioni che compaiono sull’ imballo è necessaria una lente d’ ingrandimento e non compare praticamente nulla su stabilimento di produzione e caratteristiche del prodotto. A beneficio dei lettori chiarisco comunque che si tratta del mio caffè in capsula preferito. Questa però, lo ripeto, non è una prova comparativa sulla qualità dei prodotti.

Infine qualche cenno sui prezzi delle macchinette destinate a sfornare la bevanda nera e bollente a partire dalla capsule. Ce n’ è praticamente per tutte le tasche. Le più numerose sono quelle per il Nespresso e i prezzi, che ho rilevato nelle grandi catene, vanno dai 55,99 euro della Krups Essenza ai 249 della De Longhi En 550W. La macchina base più diffusa per Dolce Gusto è una De Longhi, la Edg250W: 59,90 euro, mentre la Lavazza per le capsule, col brand A modo mio, costa ancora meno: 49,90 euro.

Vasta anche l’ offerta di macchinette per le capsule Uno System, condivise da Illy e Kimbo. La meno costosa, a marchio Hotpoint, è venduta da MediaWorld a 50,39 euro, con uno sconto di quasi il 60% rispetto ai 119 euro di listino.

Su Amazon si trovano comunque molte altre offerte interessanti. Attenzione però all’ affidabilità del venditore.

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